Leonardo

Cosa mi piace - e cosa mi dispiace - dei test Invalsi

di L. Tondelli | tutti gli articoli dell'autore
A me (come insegnante) le prove Invalsi piacciono e dispiacciono, per diversi motivi, che non sono quelli che leggo un po' dappertutto.

I test mi dispiacciono perché mi umiliano; non è tanto il fatto che non mi paghino due pomeriggi della mia vita (in cui probabilmente sarei a casa a correggere altre cose); è il fatto che quei due pomeriggi io li passi mettendo crocette nei cerchietti con la bic nera. Non dico che sarebbe capace qualsiasi scimmia, però uno scanner di sicuro sì, uno scanner lo farebbe più rapidamente e meglio di me – in effetti la scheda meccanografica serve esattamente per questo, è organizzata in cerchietti proprio per essere più facilmente riempita e digerita da un meccanismo. Ma la riempio io. Mi sento come il bue da traino a cui attaccano un'automobile, e il padrone dice che è tutto ok, è il progresso. E mi va bene che sono ancora nel fiore degli anni; ma vogliamo parlare delle mie care colleghe che vanno per la sessantina e devono passare due pomeriggi a crocettare dei pallini? Date le premesse, mi fa quasi tenerezza chi in questi giorni parla di boicottaggio dei prof o degli studenti. Il vero boicottaggio dell'Invalsi lo sta praticando il Ministero della Pubblica Istruzione, che invece di dare ai suoi dipendenti uno straccio di motivazione, ci precetta e pretende di usarci come scimmie ammaestrate – senza nemmeno offrirci le noccioline. Il ragazzo più preparato del mondo può riempire di crocette giuste il test Invalsi meglio preparato del mondo: poi entra in campo la prof iper-presbite, sbaglia una crocetta su due, ed ecco che i risultati della prova Invalsi non ci dicono più nulla di interessante. Ma perché non usiamo gli scanner?

Perché costano. Neanche tanto, probabilmente. Ma precettare gli insegnanti invece costa, al Ministero, un totale di euro zero. Un bel risparmio, che consentirà al Ministro di pagare ancor più profumatamente un sacco di studiosi della valutazione per distillare informazioni da tutti i cerchietti che abbiamo crocettato male.

Eppure malgrado tutto i test mi piacciono, perché sono prove di comprensione, e secondo me ne abbiamo un grande bisogno. In Italia diamo ancora molta importanza alla produzione scritta: sin dalle elementari pretendiamo di valutare i ragazzi da quel che scrivono, più che da quello che riescono a comprendere. Per una singolare coincidenza, siamo anche uno dei Paesi occidentali dove gli adulti leggono meno (ma scrivono di più). Abbiamo più romanzi inediti nei cassetti che aperti sul comodino. Ora io non voglio dire che la produzione scritta non sia importante. Ma più passo tempo in classe più mi rafforzo nell'idea che il primo problema dei ragazzi non sia scrivere, ma capire. Quando cominciano a capire, cominciano a leggere sul serio. Quando cominciano a leggere sul serio, di colpo scrivono molto meglio. Ah, e migliorano anche in grammatica.

Perciò secondo me i test di comprensione non vanno sottovalutati: anche quelli a crocette, sì. Non sono sempre telequiz; se sono ben fatti, ci permettono di scoprire se il ragazzo capisce davvero quello che sta leggendo. Una cosa che cominciamo a dare per scontata in seconda elementare – e invece no, non è affatto scontata. Il test può essere una doccia fredda per il docente. Non è purtroppo il caso di questi test Invalsi, che si limitano a usare il docente come scimmia ammaestrata male – per tutto un pomeriggio passato a crocettare cerchietti non ho mai avuto modo di scoprire se le risposte dei miei ragazzi fossero giuste o sbagliate.

Dunque: ben vengano i test di comprensione. Che non sono poi nulla di particolarmente nuovo: si usano da sempre per la valutazione delle lingue straniere (ebbene sì: dobbiamo accettare l'idea che per gli studenti di oggi, irradiati sin dalla più tenera età da media più visivi che scritti, imparare a leggere nella propria lingua non sia molto diverso dall'apprendimento di una lingua straniera). E in ogni caso test di comprensione se ne sono sempre fatti: le antologie scolastiche della vostra adolescenza erano piene di domande, e c'era persino qualche casella da barrare.

Molti che in questi giorni scelgono di parlare di scuola se ne sono semplicemente dimenticati: il professor Ricolfi sfoglia un manualetto per la risoluzione dei test e tra gli esercizi scopre orripilato che si tratta di interpretare “un testo di previsioni atmosferiche” e “usare una pianta di Roma per andare a un concerto allo stadio Flaminio, e simili amenità forse umilianti per un ragazzo di quindici anni”. “C’è da restare raccapricciati”, lamenta dal canto suo il professor Giorgio Israel: "Un insegnante della secondaria superiore dovrebbe smettere di insegnare la letteratura italiana, per insegnare a leggere le istruzioni di un piano di evacuazione della scuola in caso di calamità naturale, a individuare le informazioni nel dépliant di una mostra, o a saper leggere una tabella di previsioni del tempo”.

Non so che quindicenni frequentino Israel e Ricolfi: magari sono abituati a discettare di letteratura italiana delle origini con somma competenza: in ogni caso siamo sicuri che siano in grado di leggere davvero una previsione meteo? Che sappiano usare una cartina di Roma? Sono competenze che, certo, non sostituiranno mai “la ricchezza lessicale, la finezza argomentativa” (sempre Ricolfi) eccetera eccetera: però sono pur sempre competenze che il mercato del lavoro richiede, che tutti danno per scontate e che no, oggi non sono affatto scontate. Soprattutto, ha senso intestardirsi a insegnare la fondamentale letteratura italiana a chi forse non ha ancora capito come si legge una previsione meteo? Perché io ho il tremendo sospetto che a molti quindicenni di oggi a cui chiediamo pareri personali e articolati su Pirandello o Manzoni (tutta roba facilmente raccattabile tra wikipedia e yahoo answers, comunque) non sappiano davvero usare le cartine e non capiscano un manuale di evacuazione in formato testuale: spero ovviamente di sbagliarmi; non vedo l'ora che un test su base nazionale mi dia torto. http://leonardo.blogspot.com
14 maggio 2011