Leonardo

Islam: l'invasione che arriva in ginocchio

di L. Tondelli | tutti gli articoli dell'autore

Di tutta la disastrosa campagna elettorale di Letizia Moratti, vorrei qui isolare un solo fotogramma, quel manifesto in cui si minacciava l'invasione islamica di Milano, e il modo scelto per raffigurare questa invasione era una pacifica assemblea di musulmani prostrati in Piazza del Duomo. Un'immagine che da sola avrebbe dovuto convincere i milanesi... di cosa? Della minaccia islamica? Ma fa davvero così paura, un gruppo di uomini in ginocchio? Mettiamo da parte la parabola quasi romanzesca del personaggio che quel manifesto lo ha fatto stampare (Magdi-Cristiano Allam). Lasciamo anche perdere la questione “Moschea di Milano”, perché in fondo è un pretesto: Milano è probabilmente la più grande città europea priva di un dignitoso edificio di culto islamico. Che un po' di dignità sia necessaria ai fedeli milanesi della seconda religione in Italia, e che questa dignità sia un valore aggiunto per tutta la cittadinanza, erano consapevoli perfino i membri dello staff della Moratti, prima che la campagna elettorale incendiasse i cuori.

 

Ma lasciamo perdere, appunto. Quella foto non ha molto a che vedere con la questione islamica in Italia. Quella foto parla soprattutto delle nostre paure. Non mostra due torri che crollano, non mostra pettorine esplosive e nemmeno donne coperte da veli più o meno integrali (sembrano tutti vestiti in modo casual e moderno, del resto sono tutti uomini). Quella foto mostra un gruppo di persone che si inginocchiano, e tanto basta. Tanto, almeno, doveva bastare ad allarmare l'elettore milanese, a dieci anni dall'inizio della Guerra al Terrore – che evidentemente sta vincendo. Non Bin Laden, quello può essere stato catturato, ucciso e disperso nell'oceano: ma il Terrore è ancora qui tra noi, se qualche centinaia di uomini in ginocchio può farci paura a questo modo. Il manifesto riprendeva l'istantanea di una manifestazione realmente avvenuta in Piazza Duomo tre anni fa, che aveva mobilitato molti milanesi musulmani in sostegno ai palestinesi di Gaza durante l'operazione “piombo fuso”. Lo scrivo qui perché non credo che in molti se ne ricordino, anche se Magdi Allam e i suoi sostenitori la considerano una vera e propria ferita aperta nel sentimento cristiano degli italiani. Il corteo pacifico, autorizzato dalla questura, era arrivato in Piazza Duomo quando ormai era l'ora della preghiera serale, il che portò molti musulmani a recitarla sul posto, ovviamente rivolti verso la Mecca.

Il giorno dopo ci fu chi parlò di profanazione, ma in effetti non era successo nulla di penalmente rilevante: i manifestanti non avevano pregato sul sagrato del Duomo, ma in una porzione di una piazza italiana che era stata loro concessa per una manifestazione; non avevano inflitto nessuna offesa all'edificio di culto cattolico; semplicemente avevano pregato un altro Dio in un'altra direzione, ignorando la cattolicità del Duomo come la ignorano tanti milanesi di passaggio. Non solo, ma il giorno dopo alcuni promotori della manifestazione chiesero pubblicamente scusa: non ricordo se la chiesero allo Stato o direttamente alla Curia, ma a quel punto, in effetti, che differenza faceva? A ogni buon conto il ministro Maroni richiamò i prefetti sulla necessità da quel momento in poi di tenere lontane le manifestazioni da aree “di particolare importanza dal punto di vista sociale, simbolico, religioso”, cioè in pratica da tutti i centri storici italiani, ricolmi di luoghi simbolici e – soprattutto di chiese cattoliche. Ce n'è più o meno una in ogni piazza in cui valga la pena di manifestare.

Per come fu annunziata, la direttiva consentiva ai prefetti di proibire in pratica qualsiasi manifestazione che non si svolgesse nelle periferie, eppure la cosa non suscitò l'indignazione di molti: nemmeno di Beppe Grillo, che nelle piazze italiane porta tuttora molti più fedeli del profeta Maometto. Del resto si leggeva, tra le righe, evidentissimo, che la proibizione avrebbe riguardato soltanto le manifestazioni dei musulmani. Sia come sia, sembra che essi abbiano imparato la lezione: l'Italia sarà anche uno Stato laico, tutte le religioni saranno anche uguali davanti alla legge, ma alcune più delle altre e non è evidentemente il caso dell'Islam. Pregare non è un reato; formare associazioni e comunità religiose è un diritto costituzionale, certo, sì; tutto bene finché il Dio non è Allah, finché le comunità non seguono Maometto. Inginocchiarsi in Italia non è mai stato così tanto pericoloso.

Ma lo è davvero? Cosa c'era, cosa c'è di così intollerabile in un gesto umile (in apparenza), da far fremere il sentimento identitario anche di gente che in Duomo non ci metteva i piedi da anni? Se durante una manifestazione politica e religiosa un musulmano incita i suoi correligionari all'odio razziale o al crimine, possiamo perseguirlo per istigazione all'odio razziale o apologia di reato (certo, ce ne accorgeremmo più facilmente se l'istigazione avvenisse in una manifestazione o un luogo pubblico, piuttosto che nello scantinato di una moschea clandestina). Ma i musulmani, a Milano, tre anni fa, non incitarono all'odio o altri crimini (perlomeno, alla procura non risulta). Tutto quello che fecero di rilevante fu inginocchiarsi. E un gesto così semplice bastò a far saltare in aria tutta la nostra tolleranza di facciata.

Forse dovremmo entrarci più spesso, in quel Duomo, anche se non siamo praticanti e spesso nemmeno cattolici – giusto per dare un'occhiata a quei simboli che riteniamo facciano parte della nostra identità e che spesso nemmeno conosciamo. E scoprire che ogni giorno, a intervalli regolari, gruppi di fedeli si inginocchiano anche loro, proprio come quei musulmani là fuori pretendevano di fare. A volte, leggendo i salmi, un sacerdote finge di esultare per la rovina di potenti sovrani – Og, re di Basan, Sicon re degli Amorrei – e interi popoli a cui la Sacra Bibbia sembra voler negare lo stesso diritto all'esistenza. Le nostre radici, se proprio ci teniamo così tanto, sono queste. È vero che sono tra noi. È vero che a volte stentiamo a riconoscerle. http://leonardo.blogspot.com

6 giugno 2011