Leonardo

Perché non si può abolire il Quorum

di L. Tondelli | tutti gli articoli dell'autore
Alcuni numeri per capire meglio il risultato eccezionale di oggi, 13 giugno 2011: tra il 1996 e il 2010 – quindici anni – in Italia sono stati indetti ventiquattro referendum abrogativi, in sei tornate (1997, 1999, 2000, 2003, 2005, 2009). Per quindici anni il quorum non è mai stato raggiunto: l'affluenza più alta è stato il 49,6% del 1999, la più bassa il 23,3% di due anni fa. Questo spiega meglio di mille parole perché il superamento della soglia del 50% sia un avvenimento storico, con un significato politico evidentissimo. E forse può anche riconciliarci con un istituto referendario che molti davano ormai per spacciato (me compreso).

 

Ora che l'ansia della vigilia è un ricordo lontano, forse è il momento per ragionare con più serenità proprio su questo famigerato quorum, che molti vorrebbero abolire (o almeno così dicevano fino a ieri). La forza dei quattro “sì” pronunciati oggi dagli italiani sta proprio nell'enorme numero di persone che li ha pronunciati. Si potranno fare mille speculazioni (e presentare al Parlamento mille testi di legge simili a quelle abrogate), ma l'esito di oggi non consente dubbi su quale sia l'opinione del popolo sovrano riguardo a centrali nucleari, servizi idrici privati e legittimo impedimento. 
 

Agli 'antiquorumisti', un fronte trasversale che ingrossava a ogni referendum fallito, vorrei proporre alcuni esercizi di fantasia. Immaginiamo un'Italia dove i referendum abrogativi non prevedano il quorum (come accade per esempio in una nazione di antica tradizione consultiva come la Svizzera). Prendiamo una categoria a caso – gli impiegati statali. Mettiamo che a un certo punto il parlamento emani una legge che essi ritengono vessatoria (ad esempio il decreto Brunetta). Non ci metterebbero molto tempo a raccogliere il numero di firme necessarie per chiedere e ottenere un referendum. Ma la loro campagna referendaria finirebbe lì. Infatti, che interesse avrebbero a informare maggiormente i cittadini sulla consultazione? Più gente si informa, più c'è il rischio che venga voglia di votare anche a chi la pensa come Brunetta, e non sono poi così pochi. Accadrebbe lo stesso con la riforma Gelmini – in realtà, accadrebbe con qualsiasi riforma della scuola, e in generale con qualsiasi legge invisa a una categoria abbastanza cospicua e organizzata di cittadini. Ognuno potrebbe indire il suo proprio referendum e abrogare il suo piccolo pezzetto di legge, nel disinteresse generale.

 

Insomma, senza quorum la soglia di attenzione e la percentuale di votanti si abbasserebbero ancora di più. Certo, negli esempi in questione forse a fare informazione ci penserebbe il governo (si invertirebbe insomma il giochino per cui, negli ultimi vent'anni, i governanti in carica hanno quasi sempre invitato gli elettori all'astensione, arruolando i distratti e gli indifferenti nella loro maggioranza). Ma mettiamo il caso in cui una categoria potesse contare sull'appoggio indiretto dell'esecutivo: il primo esempio che mi viene in mente sono le multe comunitarie sulle quote latte. Siete d'accordo sul fatto che a pagare dovrebbero essere soprattutto gli allevatori che hanno sforato le quote sapendo di sforarle (e contando sulla protezione dei loro rappresentanti in parlamento?) Probabilmente sì, se ve lo chiedono siete d'accordo. Ma questo è il punto: bisogna che ve lo chiedano, attirando la vostra attenzione sull'argomento. Se un giorno questo comune sentire fosse formalizzato in una legge, gli allevatori non ci metterebbero molto a organizzare un referendum per abrogarla. E a quel punto nessuno vi chiederebbe più nulla: una domenica d'estate, senza fare troppa confusione, gli allevatori andrebbero ad abrogarsi la loro legge.

 

Il referendum-senza-quorum non solo paralizzerebbe l'azione di governo (di qualsiasi governo), ma gli consentirebbe anche di cavalcare gli interessi di questa o quella categoria, trasferendo sostanzialmente la sovranità alle minoranze organizzate – un ritorno al Comune medievale gestito dalle Corporazioni, che è fortunatamente solo un'ipotesi di scuola. Non risulta che nessun esperto abbia mai preso sul serio l'anti-quorumismo, che pure ha i suoi rappresentanti anche in Parlamento (il radicale Beltrandi, eletto tra le file del PD, in marzo votò con la maggioranza per scorporare il voto referendario da quello amministrativo, proprio per scongiurare il raggiungimento del quorum). Più sensate sono le proposte di chi, invece di eliminarlo, propone di abbassarlo, in modo che non convenga più ai sostenitori del “no” fare campagna per l'astensione. Può darsi che l'esempio tedesco (quorum al 25%) funzioni in generale meglio del nostro, che ha invalidato ventiquattro consultazioni in quindici anni.

 

E tuttavia c'è qualcosa di buono anche nel nostro quorum altissimo, che come ogni obiettivo veramente difficile ripaga enormemente chi lo ha perseguito. A tutti gli anti-quorumisti chiedo: se a votare contro le centrali nucleari fosse stato oggi soltanto il 23% degli aventi diritto, come due anni fa, il loro responso sarebbe altrettanto pesante, tale da impedire la riapertura della pratica nucleare tra cinque, dieci anni? Se soltanto il 23% degli aventi diritto si fosse pronunciato sul legittimo impedimento, quanto tempo avrebbe impiegato il premier ad affermare che l'argomento non interessava la maggioranza degli italiani, ma semplicemente quella ringhiosa minoranza che da sempre ce l'ha con lui? Ma queste sono soltanto teorie. Per una volta, gli italiani hanno parlato, senza delegare a politici o partiti. Non succede molto spesso – è la prima volta in quindici anni. Traiamone le conseguenze (e festeggiamo, naturalmente). http://leonardo.blogspot.com

13 giugno 2011